Il modello economico globale è stato talmente pervasivo che anche i beni primari quali i prodotti alimentari, i prodotti artigianali e tutti quei prodotti a basso contenuto tecnologico che potevano (e dovevano) essere prodotti localmente sono stati globalizzati.
Il più piccolo negozio di alimentari come la più provinciale delle mercerie offrono prodotti realizzati a migliaia di chilometri da loro. Gli stessi agricoltori coltivano per il mercato globale, piantano e raccolgono prodotti che non vanno al mercato locale.
Così accade che le scarpe vengano prodotte nei paesi asiatici, i prodotti agricoli fanno il giro di mezza europa (quando va bene) prima di arrivare alla grande distribuzione organizzata.
Accade così che il modello economico globale esercita una concorrenza sleale, quella delle grandi imprese verso le medie e piccole, infatti chi ha a disposizione molti capitali e commercializza alti volumi di prodotto ha tutto il vantaggio di delocalizzare la propria produzione mentre le piccole e medie imprese producono a costi più alti anche delocalizzando.
L’economia globale rende evidente che la concorrenza non viene esercitata in condizioni di parità. Il gioco è truccato.
Il risultato è che i produttori di medie e piccole dimensioni si impoveriscono progressivamente.
Occorre rivedere il modello produttivo a partire dal modello commerciale il quale deve essere locale dove il produttore è direttamente in contatto con l’utilizzatore.