Pochi tra coloro che si occupano di economia e pochissimi fra coloro si occupano di impresa si sono mai immaginati di mettere in dubbio l’importanza e la centralità della produttività del lavoro utilizzata per esprimere le capacità manageriali ed il progresso.
Oramai la produttività del lavoro ha l’aspetto di un concetto dogmatico e sottende all’idea che i risultati economici dipendono principalmente da come viene organizzato il lavoro e da quali strumenti vengono offerti per semplificarlo e per ridurne i costi.
Noi che ci occupiamo di sviluppo sostenibile sappiamo che la produttività del lavoro non è l’unico parametro con cui misurarsi ma riteniamo centrale incidere su due ulteriori fattori: la produttività delle risorse e quella della creatività.
“Noi che ci occupiamo di sviluppo sostenibile sappiamo che la produttività del lavoro non è l’unico parametro con cui misurarsi ma riteniamo centrale incidere su due ulteriori fattori: la produttività delle risorse e quella della creatività”
E la qualità delle relazioni sul posto di lavoro? E la qualità del tempo trascorso fuori dal lavoro? Voglio dire, perchè per valutare la qualità del lavoro e quindi anche la qualità dello sviluppo che il lavoro produce (quindi la qualità della vita, in senso ampio) non incominciamo seriamente a pensare che si debba far leva su elementi di natura immateriale, oserei dire relazionale?
“Amare il proprio lavoro è la cosa che si avvicina più concretamente alla felità sulla terra”
scriveva Primo Levi.
Io concordo totalmente con questa massima, la qualità del lavoro è solo in parte dipendente dalle condizioni macroeconomiche, molto dipende da noi stessi.
Le mie analisi cercano di valutare solo aspetti dipendenti dalle condizioni oggettive.
Certo che gli aspetti relazionali sono un parametro che si collega con l’ambiente e la cultura del lavoro, di questo aspetto potremmo approfondire le implicazioni nella teoria economica e nelle relazioni sindacali.
Grazie per il commento.
Leggendo la breve relazione non mi sembra di scorgere la necessità impellente di spostare le risorse tecnologiche dalla produttività al benessere comune. Si continua a sostituire il lavoro umano con le tecnologie al solo scopo economico dei gruppi industriali scaricando sulla collettività i costi di sostegno sociale per gli “esuberi”. E’ possibile che una riduzione progressiva dell’orario di lavoro impedisca
questi interventi e offra più possibilità per lo studio delle risorse e della creatività?