Il Presidente Barack Obama, come del resto molti di noi, confida che l’innovazione tecnologica ci porti fuori dal problema delle emissioni di CO2, perché oggi mancano del tutto le condizioni geopolitiche che possano influenzare la “tigre” asiatica.
I numeri in questo caso sono quanto mai istruttivi.
Nel 1990 i lavoratori statunitensi rispetto a quelli di tutto il mondo erano il 23%, oggi il primo mondo conta 3 miliardi di lavoratori e solo l’1% di questi è statunitense mentre i lavoratori europei ammontano a circa il 2%. Il 95% dei lavoratori è asiatico!
Il 95% di questi lavoratori aumentano di anno in anno il valore dei loro stipendi, le nazioni India e Cina in cui vivono presentano un PIL che cresce a due cifre e sono gli statunitensi i maggiori importatori dei loro prodotti. Il PIL americano è dato dal 72% dai consumi, se crolla il consumo ne risente l’intera sua economia. Inoltre i prodotti importati dalla Cina consentono al consumatore statunitense di combattere la drastica diminuzione del potere di acquisto dei loro stipendi.
I problemi da affrontare sono:
- come consentire l’aumento del benessere dell’enorme massa di popolazione asiatica contenendo le emissioni di CO2?
- come mantenere lo standard di vita occidentale senza usufruire dell’importazione di prodotti dai paesi asiatici (la Cina è la fabbrica del mondo)?
- dati i due primi punti: come ridurre l’emissione dei gas serra in tempi utili?
Non dimentichiamo che una gran fetta del debito pubblico americano è in mano cinese e che anche la Cina ha capito che la sfida oggi è sulle tecnologie verdi. Barack Obama ha lanciato la sfida ma non è detto che siano gli Stati Uniti a vincerla.
Da ultimo: il modello economico occidentale ha il fiato corto, occorre quindi anche il coraggio di modificare il modello economico, non è sufficiente sperare in una tecnologia risolutiva.
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